Gig economy: un modello economico sempre più diffuso

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La locuzione gig economy (dove la prima parola è pronunciata “ghig”) potrebbe essere tradotta con “economia dei lavoretti“. Nell’inglese americano informale gig significa infatti “incarico occasionale o temporaneo”. Chi svolge questo tipo di lavori occasionali è detto gig worker o gigger. La gig economy ha iniziato a svilupparsi nel periodo della crisi come sistema economico che preferisce il lavoro on demand invece dei classici contratti a tempo indeterminato o alle prestazioni continuative. Dei classici esempi di figure professionali di questo tipo nel nostro paese sono i corrieri per la consegna di cibo (Foodora o Deliveroo), oppure i driver di Uber. Si tratta cioè di lavoratori che accettano lavori anche molto saltuari, offerte da portali, applicazioni e piattaforme web nati all’insegna della sharing economy.

Il grosso problema presentato dalla gig economy è quello della tutela dei lavoratori, che in un mondo ideale dovrebbe implicare versamenti di contributi pensionistici e sanitari, retribuzione dei giorni festivi. Il futuro di questo sistema dipenderà in larga misura dalla capacità dei governi di adeguare normative e leggi a queste nuove forme di lavoro per tutelare sia i dipendenti che le aziende.

Una delle nazioni più all’avanguardia in questo senso è la Danimarca dove il sindacato 3F è riuscito a far siglare un contratto collettivo con i proprietari di una startup/applicazione (Hilfr) che mette in contatto i privati con le colf e addetti alle pulizie. In base a questo contratto viene introdotta una paga oraria minima di 19 euro (leggermente superiore alla media nazionale) e riconosce i contributi previdenziali, quelli relativi alle ferie e una copertura in caso di malattia. Si tratta di un primo importantissimo passo avanti destinato a fare da apripista e precedente in un settore dell’economia che ha enormi potenzialità e deve essere regolamentato al più presto per il bene di tutti.


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